Bex (VD): un anno fa Hervé veniva ucciso dalla polizia

Fonte: renversé.co

Un anno fa, il 6 novembre 2016, Hervé Mandundu viene ucciso dalla polizia cantonale vodese. In seguito a questo dramma, oltre 1.000 persone partecipano ad una manifestazione con lo slogan “stop alla violenza poliziesca”, facendo da eco anche ad altre violenze poliziesche, come il pestaggio di Claudio da parte di agenti qualche giorno prima. Delle tematiche come il razzismo della polizia e la sua violenza ricevono così visibilità nel dibattito pubblico. Mentre la richiesta di giustizia e il diritto a conoscere la verità era una delle principali rivendicazioni della manifestazione, da allora le indagini sono andate avanti molto poco. Come sempre, le autorità prendono tempo quando si tratta di giudicare dei poliziotti, al fine di soffocare le dinamiche di solidarietà. Per evitare che questa storia cada nell’oblio, abbiamo incontrato i genitori di Hervé, la Signora ed il Signor Mandundu, per farci raccontare lo svolgimento dei fatti dal loro punto di vista, le loro speranze, i loro dubbi e le loro paure.

Il 7 novembre 2016, alle 10 del mattino, la polizia di Payerne (VD) suona a casa della Signora e del Signor Mandundu per annunciare la morte di loro figlio la sera prima a Bex, senza dare nessun dettaglio sulle circostanze del dramma. Visto che le domande del Signor Mandundu non ricevono riposta, decide di recarsi a Bex con qualche membro della comunità congolese. Sul posto, scattano delle fotografie ai segni lasciati dalle pallottole sui muri ed i/le vicini/e gli spiegano quello che hanno visto e sentito: “c’era la polizia, e la polizia ha ucciso suo figlio.” Solo in un secondo momento, sui giornali, la famiglia di Hervé sente parlare di un presunto coltello con il quale la vittima avrebbe aggredito la polizia. Una versione smentita dai/dalle vicini/e. La stessa settimana, il procuratore annuncia alla famiglia l’apertura di un’inchiesta e la possibilità di avere un avvocato d’ufficio. Poi, più niente.

È ormai un anno che i genitori di Hervé stanno aspettando delle notizie sulle indagini. Deplorano il disprezzo nei loro confronti: “un anno è davvero troppo, non abbiamo nemmeno una risposta. Quello che ci tocca, quello che soprattutto ci fa male, è che non abbiamo ricevuto nessuna visita da parte delle autorità, nemmeno una lettera per avere almeno delle notizie.” Il padre aggiunge: “Lo fanno apposta, perché siamo degli africani, dei neri. Non pensavano che Hervé avesse dietro si sè i suoi genitori. Gli è andata male, noi siamo quì e aspettiamo che il procuratore faccia il suo lavoro.” Secondo i genitori, la polizia ha fatto apposta a descrivere negativamente l’attitudine di Hervé per influenzare l’opinione pubblica. E anche se si fosse comportato male, la Signora Mandundu afferma: “è forse una ragione valida per ucciderlo? No, non è una ragione valida. “ I genitori ripetono a più riprese: “In più hanno sparato tre colpi, tre colpi, tre colpi. Se almeno il poliziotto avesse sparato un colpo, avremmo potuto comprendere che era per proteggersi. Ma sparare tre colpi, era per uccidere Hervé!”

Sono chiari/e su quello che si aspettano: “ci aspettiamo giustizia, dobbiamo anche conoscere la verità”. La famiglia si è organizzata con l’aiuto della comunità e di altre persone solidali. È la famiglia che ha dovuto farsi carico delle spese dell’ambulanza e le spese legate all’organizzazione delle veglie e del funerale di Hervé. Avrebbero voluto posare una pietra tombale come commemorazione, ma a causa di queste spese non ne hanno avuto i mezzi. Lo Stato fino ad ora non ha fatto nessun gesto. La famiglia non si è sentita sostenuta e trova che il procedimento delle autorità sia ingiusto.

La famiglia e il suo entoutage sono state anche testimoni di altre scene di violenza su delle persone nere da parte della polizia. “Dobbiamo lottare contro queste cose” precisa il signor Mandundu. La signora Mandundu aggiunge: “quello che mi fa paura, è vedere quante famiglie subiscono questo, e quello che la polizia ha seminato nella vita dei nostri bambini e le ripercussioni a lungo termine. Non possiamo portare a termine il nostro lutto. Il poliziotto vive la sua vita, lavora e noi siamo quì, siamo condannati, aspettiamo. È lui che ha più valore di noi, è il poliziotto.”

Il sistema poliziesco e carcerario aveva già fatto dei morti: Umüt e Skander Vogt nel 2010, ed un anonimo rifugiato in Ticino nel 2017, senza contare quelli e quelle la cui morte è stata messa sotto silenzio o dissimulata. Il signor e la signora Mandundu hanno potuto vedere diverse espressioni della solidarietà, in modo particolare durante la manifestazione in memoria di Lamin Fatty, morto in una cella alla Blécherette due settimane fa, per cause attualmente ancora sconosciute. Secondo il signor Mandundu: “siamo contenti delle ultime mobilitazioni. Soprattutto con l’avvicinarsi dell’anniversario della morte di Hervé, perché la gente se ne ricorda ancora. Vogliamo ringraziare molto le persone, perché continuiamo a lottare. Bisogna che non lo dimentichino. Perché Hervé è come un martire. Ha pagato con la sua vita. Forse per tutti.”

Outrage Collectif

P.-S.

Ricordiamo che le lotte contro le violenze della polizia comportano anche l’aiuto ed il supporto alle famiglie delle vittime. Vi invitiamo a versare secondo le vostre possibilità e le vostre voglie quello che volete a: CCP 17-129126-0 Gauche Anticapitaliste, Case postale 5210, 1002 Lausanne. mention “Vérité pour Hervé”

Fonte: https://renverse.co/Bex-VAUD-Il-y-a-un-an-Herve-mourrait-sous-les-balles-de-la-police-1291

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