Patate israeliane: bio e da commercio equo. Veramente?

Fonte: renversé.co

Riportiamo questo articolo di BDS Svizzera sulla commercializzazione di patate bio israeliane nei supermercati Coop in Svizzera, pur non condividendone per forza tutte le posizioni. Oltre a fornire dati interessanti sul caso specifico dello sfruttamento umano ed ambientale ad opera dello stato israeliano sulla popolazione e la terra palestinese, questo articolo fornisce un buon esempio di come il capitalismo riesca ad auto-certificarsi come bio, eco e solidale, mantenendo intatta la sua vera natura sfruttatrice ed ecocida.
Patate israeliane, bio e da commercio equo. Veramente?
Da molti anni, in primavera, gli scaffali dei grandi distributori svizzeri propongono patate importate da Israele. Queste ultime sono prodotte nella parte occidentale del deserto del Negev, una regione che conta meno di 200 mm di precipitazioni l’anno.

L’utilizzo intensivo di acqua, da parte dell’attività agricola locale israeliana, penalizza in maniera evidente la situazione già precaria della limitrofa Striscia di Gaza, dove la politica praticata da parte della forza occupante israeliana si traduce in una delle più gravi carenze d’acqua al mondo. Nel Negev, inoltre, Israele, che non riconosce il diritto di utilizzo tradizionale dei/delle Beduin* palestinesi, discrimina quest* ultim* negando loro l’uso delle terre, così come l’accesso all’acqua potabile.
Quest’anno, per la prima volta, Coop ha messo in vendita delle patate israeliane munite del simbolo del germoglio Bio Suisse provenienti dal moshav1 Yesha. Questo marchio dovrebbe distinguere i prodotti coltivati secondo condizioni ecologiche, sostenibili ed eque. Per ciò che concerne le aziende situate all’estero, la vendita in Svizzera di prodotti sotto il marchio col germoglio sottintende l’applicazione di direttive severe di Bio Suisse e il rispetto di alcune condizioni specifiche, in particolare su quel che concerne l’utilizzo dell’acqua e dei terreni. Quello che viene chiamato «landgrabbing», o accaparramento delle terre, è espressamente vietato; allo stesso modo i diritti sulla terra delle popolazioni autoctone o degli/delle agricoltori privi di documenti ufficiali del registro immobiliare devono essere protetti. Le direttive in materia dell’utilizzo dell’acqua pongono, soprattutto nelle regioni particolarmente aride, delle condizioni sul piano di gestione dell’acqua che l’azienda certificata deve rispettare.
Preso atto della politica discriminatoria sistematicamente applicata in Israele/Palestina precisamente in quest’ambito, il dubbio resta: i criteri applicati sono sufficienti e sono verificati in maniera attendibile? Non è una sorpresa che numeros* consumatori e consumatrici abbiano reagito con una certa perplessità.
«Nessun legame con la terra»
La politica discriminatoria messa in atto dall’amministrazione fondiaria israeliana (ILA) e dal Fondo Nazionale Ebraico (JNF/KKL) esclude in larga misura la popolazione palestinese residente in Israele dall’utilizzo dei terreni agricoli. I/le palestinesi non riescono praticamente più ad istituire la loro agricoltura. Numerose leggi impediscono la validazione dei diritti di proprietà delle/dei palestinesi. Israele rifiuta inoltre di riconoscere i diritti di utilizzo delle terre ai/alle Beduin*, che costituiscono la maggioranza della popolazione palestinese nel Negev. Esempio sintomatico della discriminazione dei/delle Beduin* una decisione di un tribunale presa nel 1984 e che ha fatto giurisprudenza, la quale ha approvato il fatto che un Beduino, secondo la definizione israeliana, non ha né può avere dei legami con il territorio.
Lo stato israeliano, fino ad ora, non ha fatto mistero della sua intenzione di modificare la composizione demografica del paese. In particolare nelle regioni abitate per la maggior parte da palestinesi, al Nord o nel Negev, l’insediamento di aziende agricole e di comunità ebraiche è attivamente favorito dalla politica in materia d’infrastrutture e di pianificazione del territorio, mentre i villaggi palestinesi spesso non sono riconosciuti e il loro sviluppo economico ostacolato. I/le Beduin* in particolare vengono spesso sfrattat* dalle loro terre, e i loro villaggi e infrastrutture rasi al suolo.
Il controllo egemonico di Israele sull’acqua
La ripartizione dell’acqua in Israele/Palestina è chiaramente regolata dalla discriminazione istituzionale sotto il controllo dello Stato di Israele, che decide in merito alla ripartizione tanto sul proprio territorio quanto in quello occupato, striscia di Gaza compresa. È attraverso l’acquedotto nazionale di Israele (National Water Carrier, o NWC) che una gran parte delle risorse idriche è trasportata dal lago di Tiberiade fino al deserto del Negev in modo da fornire acqua alle aziende agricole e ai villaggi delle zone aride. Un progetto faraonico di ridistribuzione massiccia con conseguenze catastrofiche, tanto sul piano ecologico quanto su quello sociale. L’impressionante prelievo – che può raggiungere i 500 milioni di metri cubi all’anno – delle acque del lago di Tiberiade sta prosciugando il Giordano, e attualmente questo fiume è ridotto ad un povero ruscello contaminato dalle acque consumate dalle colonie, dalle industrie e dall’agricoltura. Inoltre il mar Morto, non essendo più sufficientemente alimentato dal Giordano, vede il suo livello abbassarsi di più di un metro l’anno.
Le aziende agricole situate nel Negev fanno uso, oltre che dell’acqua distribuita dal NWC, delle risorse dell’acquedotto costiero, che arriva fino alla Striscia di Gaza, della quale è la sola fonte d’acqua freatica. Questa estrazione d’acqua riduce il flusso delle acque sotterranee, impedendo il rinnovamento delle riserve idriche della Striscia di Gaza, che ne avrebbe un urgente bisogno. Questa regione densamente popolata, che corrisponde ad una città di 2 milioni di abitanti ca., è separata dal suo territorio circostante dall’occupazione del 1967. Ebbene, nessuna città può sopravvivere senza le risorse della regione che la circonda. Da diversi anni la Striscia di Gaza è ermeticamente sigillata da Israele – malgrado l’obbligo d’approvvigionamento imposto a quest’ultima dal diritto internazionale -, la quale impedisce lo sviluppo delle sue infrastrutture così come la sussistenza necessaria alla popolazione. Un crollo catastrofico dell’approvvigionamento d’acqua minaccia la zona vicina del Negev e del NWC.
Sempre a causa del blocco, la popolazione locale ha sfruttato all’eccesso le acque sotterranee, a ciò si aggiunge l’assenza di un rinnovamento per il quale l’acqua di mare invade l’acquedotto costiero, del quale il 95% delle acque sono ora, secondo l’ONU, troppo salate e improprie al consumo. L’idrologo tedesco Clemens Messrschmid sottolinea che la Striscia di Gaza si inaridisce malgrado il fatto che grandi quantità d’acqua in eccesso scorrono attraverso la regione per essere utilizzate dall’agricoltura di esportazione israeliana.
Le direttive Bio Suisse non sembrano essere sufficienti ad escludere tali discriminazioni istituzionali sistematicamente applicate quando si tratta di ripartizione delle risorse, in quanto queste fanno astrazione di ciò che è al di là dell’impresa individuale. Il caso concreto delle patate israeliane coltivate al moshav Yesha mostra chiaramente che i criteri attuali non coprono la questione più vasta della politica condotta da Israele in materia di utilizzo dei territori e delle risorse idriche. La valutazione non tiene conto di criteri quali la ripartizione equa. Inoltre, sempre riguardo alla focalizzazione sulle imprese individuali, le ripercussioni su altri luoghi, benché legati alla produzione certificata, non sono prese in considerazione.
Le importazioni di patate e la loro portata politica
Attraverso la ripartizione delle risorse fondiarie e idriche in Israele/Palestina, lo Stato israeliano persegue degli obbiettivi demografici e politici. Mediante la pratica discriminatoria nel Negev, ma anche in altre regioni d’Israele e nei territori occupati, i mezzi di sussistenza della popolazione palestinese sono gradualmente ridotti a nulla, e ciò vìola, non serve dirlo, i diritti umani fondamentali. Un dramma che si svolge, più che altrove, nella regione dove vengono coltivate le patate sotto il marchio Bio Suisse: infatti, mentre la Striscia di Gaza è a due passi dal collasso totale del sistema di distribuzione dell’acqua, c’è, a qualche chilometro di distanza, un approvvigionamento d’acqua tale da permettere colture intensive in una regione desertica.
In queste condizioni, appare chiaramente che la decisione d’importare delle patate o altri prodotti agricoli israeliani sostiene delle pratiche inique, e rileva così la sua portata politica. Secondo i principi dirigenti dell’ONU in materia di economia e diritti umani, le aziende sono tenute ad assumersi la loro responsabilità nel rispetto dei diritti umani e di dare prova di molta circospezione, soprattutto nelle situazioni di conflitto. A maggior ragione laddove siano implicati degli Stati che non sono disposti a proteggere in modo appropriato i diritti umani di parte della popolazione, o nel caso in cui questo Stato sia responsabile di violazioni di regole del diritto internazionale e dei diritti umani. Le imprese e le organizzazioni come Bio Suisse sono ugualmente responsabili di assicurare che i diritti umani quali il diritto all’acqua, siano garantiti, rispettati e favoreggiati.
Per questa ragione BDS Suisse domanda a Bio Suisse di riconsiderare l’attribuzione del marchio Gemma delle patate israeliane, e di evitare di marchiare i prodotti israeliani finché le condizioni di base della produzione agricola non cambieranno e la politica condotta da Israele in materia di territori e acqua conterrà degli elementi discriminatori. BDS Suisse ha incontrato dei rappresentanti di Bio Suisse per un primo scambio e proseguirà il dialogo.
Fonte: https://renverse.co/Pommes-de-terre-israeliennes-bio-et-equitables-Vraiment-1256
Articolo tratto tratto dal sito bds-info.ch
1Tipologia di comunità agricola ideata dalla corrente laburista del sionismo, simile al kibbutz, ma in cui si mette l’accento sul lavoro in comune.

 

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