Il privilegio bianco

Traduzione dal francese di un testo di Rokhaya Diallo, tratto dal suo libro Racisme: mode d’emploi, Larousse, 2011, e pubblicato sul numero 9 della rivista Timult, pubblicata in Francia.

Il fatto di essere bianco viene messo in discussione molto poco. Si parla più volentieri di una “questione nera”, delle “minoranze visibili”, che della “maggioranza invisibile” o della “questione bianca”. Eppure, gli uni come gli altri svolgono un ruolo nei fenomeni legati al razzismo. La “bianchitudine”1 rimane una cosa impensabile in Francia. Da questa posizione “invisibile” deriva il fatto che i Bianchi ignorano la propria bianchitudine.

Un’identità che si presenta come neutrale

In generale, i Bianchi vengono presentati come la normalità detentrice di tutti gli attributi generali rispetto alle particolarità delle minoranze. Considerati come la base a partire della quale si definisce l’alterità, sono la norma implicita. Per parlare di una persona bianca, non c’è bisogno di indicare il colore della sua pelle. Dire “Ho incontrato un uomo nella metro”, significa presupporre che l’uomo in questione sia bianco. Invece, per le minoranze si precisa: “un asiatico, un arabo ha fatto questo”.

Il nostro mondo si pensa bianco. Molte espressioni del nostro vocabolario sono costruite a partire dalla supposta neutralità della “bianchitudine”. Quando parliamo di “color carne”, a quale “carne” ci riferiamo? Il trucco e i vestiti nude di cui si parla nelle riviste femminili in realtà sono beige chiaro. Allo stesso modo, le carine “teste bionde” probabilmente non sono i bambini che hanno cresciuto i miei genitori! Le persone non-bianche vengono definite “persone di colore”, il che suppone che le-i Bianchi non hanno “colore”. Gli occhi delle persone di origini asiatiche vengono detti “a mandorla”, ma a chi verrebbe in mente di dare un nome alla forma degli occhi dei Bianchi?

Il colore dei cerotti fatti per sembrare invisibili sulle pelli bianche non passano inosservati sulle pelli più scure…

L’identità invisibile e universale

La maggior parte dei Bianchi non si percepiscono come bianchi. Talvolta, verrebbe da credere che ignorino il proprio colore. Se da una parte i Bianchi sono largamente minoritari su scala planetaria, la loro dominazione politica ed economica fa sì che la loro posizione diventi maggioritaria. E chi si trova in maggioranza tende a considerarsi come l’incarnazione dell’umanità. Così, si suppone che il gruppo dei Bianchi porti in sè tutte le qualità universali e ogni Bianco viene reputato portatore delle particolarità individuali che fanno di esso un essere insostituibile. Il che non si applica alle minoranze, portatrici delle qualità e dei difetti specifici generalizzati al loro gruppo, senza essere detentrici di caratteristiche individuali, il che fa di loro degli esseri interscambiabili. D’altronde si dice “la donna”, “il Nero”, ma mai “il Bianco”. E quando si dice “l’Uomo”, si sottintende che si tratta dell’umanità tutta intera.

La maggioranza ha sempre decretato l’universale in funzione di sé stessa. Nella storia del mondo che ci viene raccontata nei libri e a scuola, è la centralità delle maggioranze che orienta il racconto. Le minoranze vi appaiono solo come vittime o nemici. Il cursore dell’universalità viene messo sulla norma della maggioranza, che oggi in Francia è maschile, Bianca ed eterosessuale.

Parlare di “etnico” è rendere particolare l’appartenenza minoritaria. L’etnicità è “l’umanità degli altri”, visto che gli individui bianchi sono posizionati al di fuori di qualsiasi considerazione etno-razziale. Essi non vengono mai percepiti attraverso un prisma razziale. Diversi settori della grande distribuzione si sono appropriati della parola “etnico”: nell’industria alimentare, il termine ha sostituito “esotico” e nel campo della cosmetica, i prodotti di bellezza “etnici” sono quelli riservati alle donne non-bianche. I leader di opinione che condannano i “ghetti etnici” costituiti dai quartieri popolari, non se la prendono mai, o molto raramente, con i raggruppamenti di Bianchi nei quartieri più ricchi, nei quali spesso essi stessi sono domiciliati.

Il privilegio maggioritario

Le scienze sociali americane parlano di white privilege (il privilegio bianco), termine che descrive i privilegi invisibili associati al fatto di essere bianchi in una società a maggioranza bianca. Quando si appartiene a questa maggioranza, non si ha coscienza del proprio statuto né dei privilegi che comporta. Si viene accolti meglio che i non-bianchi in molti luoghi, trattati meglio dalla polizia nazionale e si dispone di un migliore accesso al mercato del lavoro. Di conseguenza, la volontà e l’idea di intraprendere non sono intralciate dagli stessi ostacoli e gli sforzi necessari per riuscire sono minimi. Eppure, nella vita quotidiana, niente permette di rendersene conto. O perlomeno, niente lo obbliga. Il fatto di essere bianchi implica di essere nati in un sistema concepito dalla Storia a beneficio dei Bianchi. La bianchitudine permette di trarre vantaggio (spesso involontariamente) dal fatto che le minoranze sono discriminate. Si può negarlo, ignorarlo o essere il più convinto antirazzista, ma non cambia nulla: essere bianco significa ereditare un sistema di dominazione che procura dei benefici. Anche se non si è individualmente responsabili, anche se la complicità non è intenzionale, si ha un posto privilegiato “naturale” nella società. Il che non significa che tutti i Bianchi siano “nel campo dei cattivi”, solamente alcuni di essi persistono coscientemente a perpetuare la dominazione.

Si può d’altronde condannare la dominazione razzista senza averne coscienza, vale a dire ignorando la parte che svolgiamo nel sistema in quanto beneficiari di vantaggi. Quando non si è vittime potenziali del razzismo, è difficile misurare le conseguenze del razzismo. Nel suo libro White Like Me, Tim Wise cita uno studio nel quale degli studenti americani bianchi dovevano indicare per che somma avrebbero accettato di diventare Neri per il resto della loro vita. La media della somma richiesta in risarcimento era 10.000 dollari all’anno. Poi agli studenti è stata presentata la stessa ipotesi, ma con informazioni diverse: quale risarcimento chiederebbero per vivere in un mondo in cui farebbero parte di un gruppo subordinato, i cui salari medi sarebbero inferiori di metà a quelli del gruppo dominante, il cui il livello di povertà sarebbe tre volte più importante, e la cui speranza di vita sarebbe meno elevata? In quel caso, gli studenti chiederebbero un milione di dollari di risarcimento all’anno! Eppure, queste sono le condizioni di vita reali dei Neri Americani. Gli studenti interrogati verosimilmente non avevano coscienza di quello che comporta il fatto di essere Neri nella società degli Stati Uniti.

Per smetterla di circoscrivere la riflessione antirazzista alla questione delle minoranze, bisogna interrogarsi sulla norma bianca. Poiché, anche se l’identità bianca pare invisibile, sia i Bianchi che i non-Bianchi hanno un rapporto al mondo legato intrinsecamente al razzismo.

ROKHAYA DIALLO

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I termini “Bianco”, “Arabo”, “Asiatico” o “Nero” sono ripresi come categorie sociologiche costruite dalla Storia e non come delle veritabili appartenenze etniche. Questi termini provengono dai contatti tra i differenti gruppi umani che, da secoli, contribuiscono a creare delle catgorie d’individui e a “etnicizzare” i rapporti sociali. Speriamo che questi termini siano destinati a evolversi e forse a scomparire un giorno dal linguaggio…”

Estratto della Charte des Invisibles, 2007

Altri testi in italiano sull’argomento:

https://associazioneafroitaliani.wordpress.com/2013/10/01/il-privilegio-bianco/

https://associazioneafroitaliani.wordpress.com/2013/11/26/linee-guida-per-alleati-bianchi-efficaci-nella-lotta-al-razzismo/

1 Si è tradotto con bianchitudine il termine francese blanchité, a sua volta tradotto dall’inglese whiteness. Questo termine ha origine nel contesto universitario e politico degli stati uniti, con quelli che vengono definiti whiteness studies, ossia studi/teorie/approccio ctritico della bianchitudine.

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