Marsiglia: ogni frontiera è una guerra, ogni frontiera è una prigione.

Fonte: sansattendre.noblogs.org

Questo testo è stato diffuso a Marsiglia nei mesi di ottobre/ novembre 2017. È inteso come contributo alla lotta contro le frontiere, il controllo e la reclusione come tali, in un contesto di mobilitazioni contro le espulsioni di persone considerate dallo Stato come indesiderabili. Dalle Hautes Alpes a Ventimiglia, passando dalla valle del Roya e Marsiglia parecchie sono quelle/i che organizzano un sostegno materiale, per aiutare il passaggio delle frontiere e aprire degli spazi di alloggio che non dipendano dalle logiche di smistamento/separazione e di gestione da parte delle istituzioni e dei loro sostituti associativi/umanitari.

Il potere afferra ogni occasione per rafforzare il suo arsenale di controllo e di repressione. Qualche ora dopo l’attacco con un coltello che aveva ammazzato due persone alla stazione di Marsiglia St-Charles, sono stati fatti degli annunci concernenti un futuro piano di costruzione di celle nei centri di detenzione. In tutto questo apprendiamo che i lavori al CRA di Canet per aumentare le capacità di imprigionamento da 60 a 138 persone avverranno in dicembre, cosa che di seguito moltiplicherà le retate, gli arresti e le espulsioni. Sulla stessa onda il governo intende portare la durata d’imprigionamento in un centro di detenzione da 45 a 90 giorni e creare anche dei centri di residenza assegnati in prossimità degli aeroporti per accelerare l’espulsione delle persone colpite dal regolamento Dublino.

Al di là del sostegno portato alle persone minacciate d’espulsione ci importa alimentare delle dinamiche di lotta autonome che rifiutino il dialogo con gli attori istituzionali e che esplorino dei percorsi di solidarietà e d’offensiva di fronte alla caccia ai poveri che s’intensifica ogni giorno.

Da qui la proposta fatta nel testo che segue di sottolineare chiaramente le diverse responsabilità delle strutture implicate nella macchina di imprigionamento e d’espulsione, che non consideriamo come interlocutori ma come nemici da combattere. Questa proposta non chiede altro che essere sviluppata e precisata, sia da altri contributi scritti e dalla discussione, ma anche nella pratica.

Oggi come ieri, qui come ovunque: distruzione dei centri di detenzione, libertà per tutte!

Qualsiasi frontiera è imposta. Il potere definisce con la forza la portata del suo territorio, determinando chi ha il diritto di risiedervi e chi no. Non c’è di fatto una “buona” gestione della migrazione (e non ne vogliamo nessuna) ma un’arbitrarietà che si mantiene ed evolve in funzione delle epoche e secondo gli interessi dei/delle potenti/e.

Quella nella quale viviamo è un’epoca marcata da un contesto di guerra e di conflitti armati generalizzati, ai quattro angoli del pianeta, sempre alimentati dagli Stati e dalle forze concorrenti che vogliono il potere e il controllo sulle popolazioni e sulle ricchezze di un determinato territorio. Queste condizioni forzano milioni di persone a fuggire dalle regioni nelle quali abitano, per sopravvivere, cercare una vita migliore e maggiori libertà.

Le autorità europee hanno adattato e allargato i loro dispositivi repressivi in questi ultimi anni per mantenere il controllo dovuto agli spostamenti forzati delle popolazioni. Dopo le espulsioni forzate di campi come quelli di Parigi o di Calais, lo Stato ha moltiplicato le strutture differenti (CRA, campi temporanei, CAO, PRAHDA,..), adattati allo smistamento-separazione, all’isolamento e all’espulsione dei migranti giudicati indesiderabili, così da distruggere qualsiasi punto di fissaggio e qualsiasi possibilità d’autorganizzazione. Allo stesso modo i dispositivi di Dublino sono regolarmente rinnovati e induriti e gli stati europei subappaltano la gestione delle frontiere con degli accordi con la Turchia e la Libia, con l’intento di fermare le persone all’origine. Più recentemente il governo ha annunciato l’aumento della durata di detenzione portata da 45 a 90 giorni e un probabile piano di costruzione di nuovi centri di detenzione. Ovvero come la macchina dell’internamento e delle espulsioni espande i suoi fili e rende più complessi non solamente i suoi funzionamenti ma anche le maniere di opporsi.

Di fronte a quest’infame caccia alle persone migranti, numerose iniziative hanno cercato di contrastare l’isolamento e la dispersione, nello specifico aprendo e occupando collettivamente luoghi che possano essere delle tappe intermedie d’aiuto su certi percorsi, esempio nelle Hautes Alpes, ovvero quelle vie di passaggio più utilizzate dopo che le autorità hanno blindato la frontiera a Ventimiglia e reso più difficile il passaggio nella valle della Roya.

Non è neppure raro che le frontiere vengano forzate, come a Ceuta e Melilla (Marocco/Spagna) o a Calais, o che delle rivolte scoppino nei centri di detenzione, o che delle persone arrivino a evadere e che delle proteste riescano a stracciare la maschera umanitaria dei “centri d’accoglienza” per mostrare la loro vera funzione: quella di qualsiasi prigione.

A Marsiglia ultimamente le rafles (i rastrellamenti) si sono susseguiti in alcuni quartieri popolari presi come bersaglio dalla polizia, raggiungendo in questo le velleità del municipio di “pulire” il centro città per far posto a turisti e borghesucci vari. La RTM (regia dei trasporti marsigliesi) ha pure partecipato alle operazioni di controllo fino ad arrivare a mettere le persone in custodia poliziesca o nei centri di detenzione.

Di fatto la macchina delle espulsioni, che va dagli arresti alle espulsioni passando dal confinamento, conta di parecchie tappe alle quali partecipano numerosi attori: la PJJ (protezione giudiziaria della gioventù) che gestisce gli Stabilimenti Penitenziari per Minori (EPM) nei quali atterrano numerosi minori stranieri isolati arrestati dagli sbirri. L’Addap13 che si incarica d’assicurare i

sopralluoghi e la gestione dei minori per conto del Dipartimento. Adoma che gestisce i centri di smistamento nel quadro di PRAHDA (programma d’accoglienza e d’alloggio dei richiedenti l’asilo). Ma anche Bouygues che ha costruito il centro di detenzione di Canet e che si divide la gestione con altre imprese tipo Vinci (GTM Multiservices) (già attiva nella volontà di costruzione dell’aeroporto di Notres Dames des Landes. ndt), Défi Restauration, o ancora la SNCF che non esitano a buttar fuori le persone dai treni e/o a chiamare gli sbirri.

Una delle numerose maniere per sradicare la meccanica delle espulsioni potrebbe essere quella di diffondere un’ostilità contro questi partecipanti, che si ritrovano d’altronde in altri aspetti che contribuiscono a formare questo mondo: strumenti di sorveglianza, autostrade e aeroporti, centrali nucleari, tribunali e prigioni..

Se rifiutiamo di restare passiv* e di contemplare l’oppressione come spettatori/trici disillus*, è giustamente perché vomitiamo tutta la dominazione e lo sfruttamento ai quali lo stato e il capitalismo vuole costringerci.

Quello che rifiutiamo per le nostre vite, lo rifiutiamo anche per le altri.

Vogliamo batterci per la nostra libertà ed è in questa lotta che si possono tessere delle complicità detonanti.

Affiniamo la nostra rabbia per abbattere le frontiere, gli Stati e quello che permette loro di esistere!

Libertà per tutte e tutti!

Fonte: https://sansattendre.noblogs.org/post/2017/12/05/marseille-france-toute-frontiere-est-guerre-toute-frontiere-est-une-prison/

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