“Non c’è accoglienza se non ci sono i rimpatri” ovvero i nuovi-vecchi Cie

Fonte: Hurrya.noblogs.org

È dall’inizio dell’anno che la questione dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) è tornata prepotentemente nelle dichiarazioni dei politici e a interessare la stampa mainstream e non, che non perde occasione per rilanciare le posizioni di questo o quel politico di qualsiasi partito.

L’attacco terroristico al mercatino di Natale avvenuto il 19 dicembre a Berlino, compiuto probabilmente da un cittadino tunisino che era sbarcato in Italia e aveva trascorso un periodo di reclusione nel CIE di Caltanissetta, è stata la miccia per riproporre (spandendo paura tra la popolazione per convincerla così ad accettare silente qualsiasi provvedimento sulla “sicurezza”) il tema dell’identificazione dei e delle migranti ma soprattutto della loro espulsione.

Un interessante articolo uscito a inizio gennaio sul sito Macerie – Storie di Torino, provava a fare il punto della situazione per “capire sul serio cosa c’è dietro i proclami e gli slogan” facendo “un’azione lucida di discernimento tra ciò che è propaganda e ciò che non lo è”.

Le voci e gli articoli con le dichiarazioni roboanti del politico di turno sull’argomento hanno però continuato a intasare i giornali, anche grazie al piano immigrazione studiato dal governo e propagandato dal Ministro degli Interni Marco Minniti, che ha ribadito in Parlamento che “Severità e integrazione” (severità per i migranti economici che non avrebbero titolo di restare in Italia, e integrazione per i/le poveri/e migranti che scappano dalle guerre – sponsorizzate, finanziate e armate da quegli stessi paesi che si trovano ora a dover fare i conti con i loro effetti) “sono le due linee guida che noi seguiremo, ed è mio profondo convincimento che il principio di severità consenta anche di avere un principio di maggiore integrazione. Non si intendono naturalmente innalzare i muri, siamo un Paese che ha salvato vite umane e continuerà a farlo accogliendo coloro che fuggono da guerre e persecuzioni, ma con la stessa determinazione con cui stiamo ospitando chi ne ha diritto, intendiamo anche agire nel contrasto nei confronti dell’immigrazione irregolare“.

Ora tralasciando il fatto che l’UE, a dispetto delle dichiarazioni del Ministro, sta pensando a un vero e proprio “muro marino” che prevede il rafforzamento ulteriore delle operazioni navali già presenti nel Mediterraneo e la fornitura di mezzi e formazione alla guardia costiera della Libia (paese da cui parte circa il 90% delle persone che raggiungono la Fortezza Europa), la determinazione nel contrasto dell’immigrazione “irregolare” dovrebbe passare per i CPR, acronimo per Centri di Permanenza per il Rimpatrio, un mix dei due precedenti nomi (il primo cambio di nome fu fatto nel 2008 quando i CPT-Centri di Permanenza Temporanea vennero rinominati CIE).

Nelle audizioni alle Commissioni riunite Affari costituzionali di Camera e Senato di mercoledì 8 febbraio, il ministro Minniti ha illustrato le linee programmatiche del suo dicastero e si è soffermato sulle differenze che ci sarebbero tra le nuove strutture e i vecchi CIE (l’audizione integrale potete vederla qui)

Vediamo in dettaglio  in cosa consistono queste proclamate differenze dei nuovi CPR:

– avranno 1600 posti sul territorio nazionale

– saranno piccole strutture da un centinaio di posti

– saranno distribuiti su tutto il territorio nazionale

– serviranno per detenere le persone in attesa dell’espulsione

– saranno fuori dai centri urbani e vicino a infrastrutture per il trasporto

Nonostante il tentativo (per ignoranza o pura propaganda?) del ministro Minniti di far credere che “i vecchi CIE” fossero luoghi adibiti all’accoglienza delle persone migranti, ci chiediamo quindi quali siano le novità a parte il nuovo acronimo, visto che i CIE, sin dalla loro origine, sono serviti all’identificazione e all’espulsione, non hanno mai avuto grandi dimensioni (con alcune eccezioni), avevano una capienza totale di circa 1800 persone, erano posti fuori dai centri abitati (con alcune eccezioni ad esempio Torino) e sono stati pensati come diffusi su tutto il territorio nazionale, come mostra lo specchietto qui sotto:

Capienza dei CIE chiusi (per le rivolte dei reclusi che li hanno distrutti)

Gradisca: 248 posti

Milano, 132 posti 

Crotone: 124 posti

Bari Palese: 112 posti 

Bologna: 95 posti

Catanzaro, Lamezia Terme 80 posti 

Modena: 60 posti 

Trapani, Milo: 204 posti

Trapani, Serraino Vulpitta: 43 posti 

CIE aperti ad oggi

Roma, Ponte Galeria: capienza originaria di 360 posti poi ridotta a 250; attualmente in funzione a capacità ulteriormente dimezzata con attiva solo la sezione femminile, dopo che quella maschile è stata distrutta a seguito di una rivolta nel dicembre 2015.

Torino:  capienza originaria di 180 posti, ridotta oggi a 90 per i numerosi danneggiamenti in seguito alle rivolte.

Caltanissetta, Pian del Lago: 96 posti 

Brindisi: 83 posti

Non riusciamo quindi a capire in che modo i nuovi lager proposti si differenzino da quelli attuali, a meno che non si voglia considerare la sbandierata trasparenza della governance, ossia “i poteri di accesso illimitati al garante dei diritti dei detenuti in queste strutture”, come discontinuità rispetto al passato. Inoltre secondo alcune fonti giornalistiche anche i tempi di permenenza massima all’interno dei centri subirebbero modifiche passando dagli attuali 90 giorni a 135.

Guardando nel suo complesso il programma ministeriale, è chiaro invece l’impianto proposto che prevede 

  • la differenziazione delle persone che si spostano dai paesi di origine nelle due categorie migranti buoni/e che hanno diritto al riconoscimento della protezione internazionale e migranti cattivi/e ovvero i cosiddetti “migranti economici” da rimpatriare;
  •  l’esternalizzazione delle frontiere (in particolare con la Libia da dove parte la maggioranza delle persone che sbarca in Italia);
  • il rafforzamento e la stipulazione di accordi bilaterali con i paesi verso i quali si vorrebbe deportare le persone migranti (e ricordiamo che tra questi ci sono regimi sanguinari come Turchia, Egitto, Sudan, Mali);
  • la stretta sulla cosiddetta “accoglienza” con la proposta di eliminare il secondo grado di giudizio per quello che riguarda le domande di asilo (le cui percentuali di diniego in primo grado sono altissime);
  •  la riapertura di strutture detentive dove rinchiudere le persone in attesa della deportazione;
  •  il lavoro gratuito “volontario” imposto alle/ai richiedenti asilo.

Questo programma è quindi del tutto in linea con le politiche europee che intendono rafforzare i confini deportando gli indesiderati.

Dopo aver istituito sotto il governo Prodi questi lager della democrazia alla fine degli anni 90, inseguendo sullo stesso terreno le posizioni delle Lega Nord (ai tempi in grande ascesa), le linee programmatiche del governo attuale a distanza di 20 anni, sembrano essere improntate alla stessa logica.

Aspettiamo di leggere nel dettaglio il testo del decreto immigrazione ma nel frattempo risulta evidente lo spostamento verso l’approccio securitario delle politiche in materia di immigrazione fortemente sbilanciate su supposte “esigenze” di sicurezza, di chiusura, di garanzie e controllo.

 

 

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